TEMPI OSCURI

TEMPO DI LETTURA: 4 MIN

TARGET: Maratoneti attuali.

Ci troviamo ad affrontare dei tempi oscuri, in cui all’improvviso vieni colto da un senso di tristezza ingiustificata, o ingiustificabile, che nasce dal profondo e non sai da dove viene.


Quelli che conducevano già una vita abbastanza ritirata hanno subito sicuramente meno scossoni di chi aveva una abbondante vita sociale, ma tutti quanti ci troviamo ora a vivere in una sorta di ritiro dei sensi. La nostra libertà ne risulta inevitabilmente limitata.
Siamo esseri pensanti e in quanto tali siamo esseri che sognano e che hanno bisogno di sognare. Avere un progetto, avere una speranza o un intento ci rende vivi e ci tiene svegli. 
Per quanto la nostra disciplina, lo yoga, ci insegni e ci voglia inculcare con insistenza a vivere nel momento presente e ad apprezzare ciò che abbiamo, siamo comunque sempre proiettati nel futuro e attediamo ciò che deve ancora venire come se inevitabilmente fosse portatore di buone nuove. Siamo convinti, più o meno consciamente, che tutto ciò di cui crediamo o sentiamo di aver bisogno non sia già presente, ma debba arrivare domani o fra qualche tempo. 
Siamo vittime come sempre delle nostre aspettative, senza renderci conto che da spettatori quali rimaniamo, in attesa che qualcosa cambi, che ci arrivi ciò che ci è a nostro avviso dovuto, dovremmo trasformarci invece in creature attivate e attive, che agiscono, che creano il loro stesso percorso.
Per come la vedo io, una mano ben più grande ha già scritto la strada di ognuno di noi: c’è chi lo chiama Universo, chi Destino, chi Dio. Il libero arbitrio esiste, certo, e con esso esiste anche la bellezza. Ma se da un lato il nostro percorso è già scritto e disegnato, dall’altro possiamo decisamente scegliere come arrivare alla destinazione per noi pensata. 
Il fatto è che dobbiamo imparare a conoscere la nostra fantasia, riscoprire dove risiedono le nostre aspirazioni e dove investiamo le nostre capacità, se stiamo davvero mettendo a frutto i doni e talenti con cui siamo venuti al mondo. 
E’ dalla nostra bravura e dalla nostra capacità di sfruttare questi talenti e di valorizzarli che nascono i colori, ciò che dipinge il nostro singolare Mandala. Ciò che conta non è se le cose che facciamo sono giudicabili come grandi, maestose, folli, semplici o banali. Ciò che conta è fare, e fare con intenzione. 
Seguire le nostre aspirazioni, ascoltare il nostro istinto, ci permette di definirci vivi, di rimanere accesi, di svegliarci ogni mattina farcendo le nostre giornate di emozioni diverse. E diventare consapevoli, saper ricevere cura e conquistare piccoli traguardi, deve renderci fieri nella misura in cui risulta evidente che è tutto frutto del nostro duro lavoro e del nostro impegno, della nostra voglia di provare e provare ancora. 
Se la voglia di sognare e la capacità di mettere in atto, e la possibilità di tentare, ci vengono sottratte, è naturale sentirci spenti, senza voglia di immaginare, senza più voglia di inseguire un sogno, senza grandi aspirazioni, ed è facile cadere anche nella sordida routine di alzarsi, lavorare, compiere il proprio dovere, fare la spesa, esserci quando ci viene richiesto di esserci e uniformarci bene o male alle tempistiche e alle dinamiche relative, che non siamo noi a dettare. 
In questo periodo in cui le luci sono un pò più soffuse e in cui viene buio prima la sera, in cui ci sentiamo magari soli perché siamo obbligati a rimanere distanti, nasce quindi anche la tristezza.

E la tristezza come le altre emozioni, le stesse che definiamo di luce, bianche, emozioni positive, è semplicemente uno stato passeggero dell’essere. Solo riconoscerla come tale, darle un nome, identificarla e guardarla dritto in faccia ci permette di accettarla. Magari non digerirla, ma sopportarla fino a quando non sarà andata. Dovremmo fare la stessa cosa con questo periodo, in cui ci viene richiesto di essere saldi, radicati, molto pazienti.


Ci viene anche suggerito di non giudicare, perlomeno non a priori. E’ chiaro come rimanere concentrati e resilienti  permetta di modificare il proprio passo e la propria velocità in base al terreno che si incontra, e arrivare alla fine al traguardo di quella che sembra proprio essere una maratona. Tutto questo si coltiva rimanendo presenti e attenti, rimanendo concentrati, alimentando il fuoco della calma e riscoprendo quel mare di quiete innato che ci portiamo dentro e che nessuno ci potrà mai togliere. Anche se siamo privati dei beni esterni, che per noi riteniamo fondamentali, simboli di qualità di vita nella credenza generale, rimanere concentrati ci permetterà di continuare a coltivare i nostri talenti, e magari, perché no, a scoprirne di nuovi. In fondo si tratta di avere il coraggio di mirare dritto in fondo a noi e scoprire come siamo in grado di comportarci anche in momenti che facili non sono. In cambio del nostro impegno riceveremo minore superficialità e maggior fiducia nelle nostre virtù. E’ una opportunità, non proprio divertente, di trovare risposte nel silenzio, e di allenarci ad essere resilienti. A volte fluttuare tra luci e ombre non vuol dire per forza combattere, a volte rimanere in ascolto, imparare, valutare prima di agire, si traduce in una più saggia forma di osservazione e alla naturale evoluzione delle cose.

Aspettiamo tempi migliori, rimaniamo concentrati, respiriamo a fondo senza soluzione di continuo: il mondo ha bisogno di noi. Namastè.

LUCI E OMBRE

TEMPO DI LETTURA: 4 min 30 sec

TARGET: Guerrieri della Luce

Ci sono giorni e domande in cui non sembra esserci spiegazione.
Si cade, ci si rialza, si riparte, talvolta non si può fare altro che aspettare e rimanere fermi. Tutte le circostanze incomprensibili rendono più difficile l’accettazione, lasciano l’amaro in bocca, e solcano il viso con qualche ruga in più.
Nella vita si cambia, si attraversano varie fasi, e tendenzialmente é sempre il lato più in ombra delle vicende a lasciare di più il segno e a dirigere il nostro cammino. Diventiamo altre persone, maturiamo oppure iniziamo a scegliere, impariamo a conoscere le nostre reazioni. Il tutto non senza quella sensazione di malinconia che il lasciare andare il tempo passato porta inevitabilmente con sé.


É per questo che pratichiamo. É per questo che chi pratica yoga da un po’ più di tempo non può più farne a meno. 
Imparare a gestire le proprie emozioni, iniziare ad aprire gli occhi sulle VRTTI e sui meccanismi inconsci dell’Io, scegliere di cambiare le reazioni cresciute con noi senza che sapessimo di poterle gestire, altro non sono che tutti aspetti del coltivare la pazienza. 
Ho sentito spesso dire che l’essere umano deve trovare conforto in qualche modo laddove non ha risposte, e forse é davvero così. Non contesto a priori questo tipo di reazione, in fondo della nostra “umanità” ne siamo tutti più o meno consci. Sappiamo di essere deboli verso il piacere, verso i bisogni, verso il cambiamento, soprattutto quello netto ed improvviso. Avvertiamo la costante necessità di fare e disfare, di avere stabilità e poi di sgretolarla per cercare di nuovo conforto. 
Ma quello che non credo esattamente necessario é il dover per forza sapere. Sapere il perché, sapere da dove, sapere il come. Le più grandi verità, che esistono di certo e sono lì da qualche parte, magari non sono a noi destinate, o magari non lo sono in quel momento, quando forse non potremmo comprenderle fino in fondo. Questo non significa non ci sia una risposta, una spiegazione valida. Forse però dobbiamo apprenderla andandoci piano, avvicinandoci ad essa con cautela, tempo al tempo. 
Sono fermamente convinta che dietro chiunque o qualunque cosa arrivi nella nostra vita ci sia un perché, un insegnamento, sia esso una persona, un animale, un dono o un’esperienza non programmata. Perfino il rifiuto fa parte di tutta quella schiera di amabili emozioni che un essere umano deve ricevere con un perché e che dovrebbe imparare a saper gestire. 
Il fatto é che ciò che arriva magari non si ferma. O non resta con noi il tempo che noi riteniamo sufficiente per averne ancora e abbastanza.
Il fatto é che delle cose ritenute “belle” non se ne avrebbe mai abbastanza. 
Una buona compagnia, un bicchiere pieno nel tramonto, la parola giusta in un bivacco di alta quota, uno sguardo, un abbaio quando torni a casa, una espressione particolare, una carezza. Tutte cose riconducibili alla faccia luminosa della medaglia.
Tutte cose che non vorremmo far finire mai e che quando finiscono, come deve avvenire per natura, vorremmo rivivere. E se torniamo in quel luogo, se rifacciamo la stessa cosa, magari un po’ più vecchi, magari solo diversi, il gusto sará sempre e comunque differente. 


Questo é il senso del vivere il presente. Sia esso luminoso come la metà della medaglia al sole, sia esso in ombra. 
L’ombra a volte significa solo “l’ altra parte”. L’ombra a volte porta ristoro dove c’è troppo caldo, o dona un porto calmo laddove il mare era agitato.
Qualunque sia il suo impatto sulla nostra anima, l’ombra passa e si dilegua. O cambia in luce, anche se forse bisogna aspettare un po’. 
Pratichiamo per quello. Per riconoscere che l’ombra passa e scivola via, esattamente come la luce. Che nulla permane, sia esso “positivo” o “negativo”. Che tutto quello che arriva, giunge a noi per insegnarci qualcosa anche se non lo capiamo, e che dobbiamo avere infinita pazienza…
Pratichiamo per diventare forti e reggere il carico, per diventare consapevoli e quindi tolleranti, per riuscire a mantenere un equilibrio, va bene anche instabile, quando lo scossone arriva.
Siamo umani, siamo creature delicate e confuse, siamo intelligenti ma non abbastanza consapevoli.
E siamo parte di ogni cosa. 
Cerchiamo di avere pazienza con noi stessi, godere di ogni istante, imparare da esso, vivere le emozioni per quello che sono: il nostro fardello da riordinare e usare come lasciapassare.
E cerchiamo di amare. Amare moltissimo, dicendolo, dimostrandolo, anche se distanti, anche se soli, anche se impotenti: così quando l’oggetto del nostro amore avrà svolto il ruolo per cui era arrivato nella nostra vita, sapremo di aver fatto tutto quello che era in nostro potere per dare il nostro amore e potremo, non senza fatica, lasciarlo andare verso la luce.

A Fabi e Bonnie. 

SAVASANA DOCET

TEMPO DI LETTURA: 5 min

TARGET: frettolosi no- perdi tempo



Una volta passando per un mercato rionale mi imbattei in una t-shirt con la scritta: “I’m only here for Savasana”. La ricordo ancora e piuttosto spesso perché risi talmente forte pur essendo lunedì mattina che ancora sorrido al sol pensiero.

Ancora non l’ho messo in atto, ma mi sono sempre riproposta di farmi confezionare una maglietta uguale e presentarmi in sala ai miei allievi o maestri così.

non l’ho messo in atto, ma mi sono sempre riproposta di farmi confezionare una maglietta uguale e presentarmi in sala ai miei allievi o maestri così.

Savasana è definita come l’ultima postura della serie.
Il momento in cui tutte le fatiche vengono ripagate dal ristoro, in cui ci si può abbandonare esausti alla accogliente Madre Terra che avrà cura di te e del tuo corpo stanco, mentre la tua unica preoccupazione sarà quella di ascoltare il tuo respiro. Bella storia.
Nella mia breve carriera di insegnante yoga (se così posso definirmi) e nella mia più lunga esperienza quotidiana di praticante, ho visto vivere e ho vissuto io stessa Savasana in molte versioni differenti, tanto da voler dedicare a questo importante momento della pratica qualche parola più approfondita.
Le pratiche dinamiche di Yoga, come l’Ashtanga o il Vinyasa flow, sono tese a detossinare il corpo facendolo sudare, a renderlo più forte, resistente e nel tempo abile, coltivando la pazienza e mitigando l’ego con sequenze intense e a volte provanti. Savasana arriva alla fine di queste serie dandoti la possibilità di “abbandonare” il corpo fisico, per raccogliere le sensazioni della pratica appena conclusa e ritirarti nella quiete interiore riscoperta e riattivata.
Regola vuole che ci si concentri sul proprio naturale respiro, senza perdere l’attenzione, per allontanare pensieri o turbamenti della mente, già preparata  e “pulita” dopo la pratica fisica. Attraverso il respiro potresti con l’andar del tempo ricevere sensazioni tali da essere traducibili in quelle che noi chiamiamo risposte, i cui quesiti di certo conosceremo essendo forse i nostri costanti compagni di viaggio.
Ma stanchezza o mancanza di allenamento mentale possono talvolta farci cadere nell’addormentamento o nel consueto turbinio di pensieri sconclusionati o preoccupazioni radicate. Entrambi meccanismi della mente per fuggire da una situazione ritenuta difficile o quantomeno inconsueta.

Noi esseri frenetici non siamo abituati a stare fermi immobili, e spesso nemmeno a riuscire a concentrarci su una cosa soltanto alla volta. Multitasking o no, la nostra mente per rimanere ferma e stabile necessita di allenamento, costante ed impegnativo. Rimanere fermi laddove avremmo un sacco di cose da fare e pochissimo tempo per portarle tutte a termine, ci incute un certo timore, quasi fosse una perdita di tempo, di opportunità. L’ansia sale e magari diventa un senso di colpa. “Perché devo rimanere fermo qui? In fondo lo yoga l’ho fatto, per oggi la mia oretta di allenamento l’ho messa all’attivo, posso alzarmi? Devo correre a casa a fare da mangiare….”
Alzi la mano chi almeno una volta non si è trovato in tale situazione….:-)

Ma Savasana è ben più del classico relax che conclude come da manuale ogni lezione di fitness.
Lo yoga stesso, dinamico o più “gentle”, per quanto inteso dai più come un perfetto allenamento funzionale, è in realtà una questione ben più complessa, tesa ad allenarti la vita, più che il corpo.

Savasana andrebbe mantenuto almeno una metà del tempo della durata della tua pratica di Yogasana.  In media dai quindici minuti alla buona mezz’ora. 
Il che significa che per mezz’ora non dovresti né vagare tra i tuoi pensieri, né muoverti, né tantomeno addormentarti. Non è facile nemmeno a dirsi….
Ma in quel tempo che ti regali, anche se ti sembra di non fare nulla, ed in realtà non sei tu a doverlo fare, si riassume tutto il significato di come hai vissuto le tue giornate, di cosa ancora hai bisogno, e di come sei tu e ti rapporti ai fattori esterni.


Prova a rallentare e potresti essere felice. Dovrebbero scrivere questo nella spiegazione di questa postura.
O ancora “provare per credere”. 

Nulla vieta di alzarsi e andare, in fondo siamo tutti figli della stessa società, e poi, a dirla tutta, chi ha davvero tutto il tempo di fare gli esercizi di respirazione come si deve, meditare, praticare le asana, restare in savasana una mezz’oretta, farsi il massaggio con l’olio caldo prima della pratica, e poi con estrema calma iniziare la giornata?!? Vivremmo di amore e aria… e di profonda flessibilità… :-))))
Personalmente mi alzo presto la mattina, per dedicarmi una pratica di almeno un’ora, qualche coccola al corpo, una colazione nel silenzio della giornata che deve ancora svegliarsi, e qualche gentile pensiero per permettermi di non strapazzarmi troppo tra un impegno ed il successivo.
Ma Savasana nella mia pratica non manca mai. E più è duratura e più riesco a sentire i benefici sul corpo, che risulta più leggero e ricaricato, più riesco a spegnere la mente rendendola poi più performante, più posso dissolvere la stanchezza e permettermi di fare di più in meno tempo. 
È una sorta di abbandono consapevole, di scegliere di darsi ora del tempo per rimanere sdraiata per poi rendere meglio al lavoro o per strada. E’ anche solo un momento di auto aiuto quando il corpo richiede una pausa e la mente è affaticata.
Rimanere in Savasana non è semplice, ci vuole fiducia verso chi ti guida, pazienza con se stessi e soprattutto la capacità di chiudere la porta in faccia a tutto ciò che sta fuori. Consci del fatto che non sarà per sempre, ma solo per ora. 
Significa dedicarsi del tempo, anche se poco, per poi darne indietro. Tutti noi abbiamo il nostro sacchetto di energie, chi più e chi meno. A volte non ce ne accorgiamo, ma diamo così tanto o ci lasciamo “rubare” il nostro nutrimento senza nemmeno saperlo. Così rimaniamo affaticati, privi di energie, scontenti, “affamati”. Possiamo andare a fare una pennichella sul divano, possiamo estraniarci guardando la tv, o proviamo ad esempio a stare in Viparita Karani dieci minuti. 
Gli inglesi hanno una espressione che rende perfettamente l’idea: “it’s up to you”.
Bene, sta a te. Vuoi rilassarti o ricaricarti? Preferisci lasciare andare a domani o recuperare il controllo delle tue facoltà ed energie?

Stenditi, spegni il cellulare, ascolta il respiro: nessuna pretesa, nessun giudizio, nessuna aspettativa, solo tu e la tua innata quiete interiore che per quanto nascosta in fondo, non ti abbandona mai.

“E stai tranquillo, nessun timore: ” al massimo” potresti scoprire davvero chi sei…

Om shanti.

LASCIARE ANDARE

Tempo di lettura: 5 min

Target: ansiosi indagatori del futuro

” La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non opporre loro resistenza, questo crea solo dispiacere. Lascia che la realtà sia realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente in avanti in qualsiasi modo loro piaccia.” (Lao Tzu).

Interessante quanto angosciante prospettiva. Lavoriamo una vita per avere fama, denaro, prestigio ma non ci sentiamo mai realmente appagati se non in pochi, fuggevoli istanti. Corriamo imperterriti dietro a qualcosa, investendo le nostre forze ed i nostri giorni per afferrarla, e quando, e se, la raggiungiamo, ci ritroviamo invecchiati tra le rughe dell’incompiutezza, pronti a ricominciare daccapo, inseguendo la preda successiva.

Come acqua tra le dita, la vita scorre imperterrita mentre tentiamo cocciutamente di afferrarla.
E più le corriamo dietro, meno ci accorgiamo che corre più forte, lasciando pochi , sfocati segni a rappresentare i frammenti nella nostra memoria già satura.
Osho, col suo sorriso sornione, in poche semplici parole, coglie la questione perfettamente:

“… ogni tanto tenta di vivere e basta. Non lottare e non forzare la vita, osserva in silenzio ciò che accade.“

Ti è mai venuto in mente che forse, ma solo forse, se continui a desiderare quella casa, quella persona, quell’oggetto, senza mai riuscire ad averlo davvero tra le mani come il “tesssoro” di Gollum, è forse perché quella non è “ l’ immagine” a te destinata? Forse quello in cui ci intestardiamo emozionalmente, che siamo convinti leccherà le nostre ferite, non è la cura per il nostro male. A noi serve qualcos’altro, che forse nemmeno conosciamo o immaginiamo possa servirci. 

Patanjali lo chiama Isvara Pranidhanat, il saper abbandonarsi, arrendersi con fiducia, sorridere all’ ignoto, invece di lasciarcene spaventare.

L’arte del saper lasciare andare tuttavia è per pochi eletti. “ Non continuare a desiderare quello che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quello che abbiamo o a quello che che pensiamo di dover avere”, come dice Jon Kabat Zinn, non fa parte dell’indole umana, e se si ha la fortuna di scoprire questa proscrizione, va coltivata con gentilezza e pazienza, alla ricerca del Sè. 

Fermarsi. Cosi. All’improvviso. Senza alcuna mediazione ragionata.
Improvvisamente decidi che smetti. Smetti di correre, smetti di inseguire, smetti di volere per forza. Ma non smetti di cercare. Non smetti di capire, continui a voltare curiosamente la pagine del libro, solamente con un ascolto diverso. Con la curiosità di conoscere dove la tua fiducia nell’ignoto ti può portare. 
Provi a prendere le distanze, magari da ciò che ti fa soffrire, provi a non attaccarti con le unghie e i denti alle immagini che la mente crea e ti mostra come imprescindibili. Crei spazio, prendi distanza dalle aspettative altrui ed impari a dire di no.

Semplice. Talmente semplice da sembrare infattibile.
Ma, se si prende coraggio e si inizia, è anche estremamente liberatorio.
Dentro di noi sappiamo dove vogliamo vivere. Dentro di noi sappiamo di cosa abbiamo bisogno. ” Saperlo è facile, è dirlo ad alta voce che è difficile” recitava Robert Redford ne “ L’ uomo che sussurrava ai cavalli”.
Io trovo sia complicato anche saperlo. Siamo talmente soffocati sotto enormi materassi che da anni condizionano la nostra inconsapevole esistenza, da non ricordarci nemmeno più come ci chiamiamo. Pensiamo si faccia così, che ci si debba comportare colà, che le scelte a cui giungiamo, dovute ad altri o ad altro, siano farina del nostro sacco.
La nostra vita è un dono immenso, ma è solo NOSTRO, ed è ora. Mentre riempiamo l’armadio di vestiti che non sappiamo di aver comprato e che probabilmente nemmeno ci piacciono.

Vairagya è un termine dei Sutra di Patanjali (YS 1.12) un pò duro, ma che ripete questo concetto. 
Significa distacco, indifferenza, lasciar stare, lasciar andare. Già da solo sarebbe sufficiente a tenerti sveglio qualche notte a pensare. Ma se aggiungiamo poi che presuppone il “ non attaccamento” a ciò che hai , la questione si complica ulteriormente.

Ho capito che il distacco serve a prendere lo spazio necessario a fare ordine mentale. 
E che l’ indifferenza non ha accezione negativa, ma aiuta a lasciar fluire più velocemente le afflizioni.
Ho capito che lasciar stare a volte serve a non compiere passi falsi, e a non dire quella parola di troppo di cui magari ti pentiresti. E che imparare a lasciare andare serve a te, per non farti opprimere dalle ombre dell’esterno mal filtrate dai nostri sensi.
Non possiamo scegliere ciò che ci capita, ma possiamo scegliere come reagire ad esso. E lasciare andare più in fretta le afflizioni che si riflettono e si proiettano su di noi dall’esterno all’interno, ma che di noi non fanno davvero parte, potrebbe essere un grande aiuto ad avere maggiore rispetto di noi stessi. 
È come se avessimo una moltitudine di sacchi neri della spazzatura da buttare via. Più facciamo pulizia e spazio e più quello che ci serve davvero diventa visibile.
Marie Kondo sarebbe fiera di me…
E’ quando la via è sgombra, che ciò che è a noi destinato arriva.

“Ciò a cui resisti, persiste”. (Jung)

L’ho imparato a suon di testate. 
Lo condivido… non sia mai possa essere utile a qualcuno che riuscirà a capirlo prima di farsi troppi bernoccoli.

Om shanti.

DOGA

Tempo di lettura: 6 min 30 sec

Target: Cinofili Pensatori

Era il 2009 quando vidi il mio primo cane su un annuncio in una pizzeria. Mai avrei pensato che avrei preso un cane e tantomeno che mi avrebbe stravolto lo stile di vita. In fondo è pur sempre un insieme di pelo con quattro zampe, due orecchie simil bistecca e una coda dal moto perpetuo. O meglio, questo è quello che pensa chi non ha amici pelosi al suo fianco.
Dietro tutto ciò che un quadrupede in muta 12 mesi l’anno, amante del fango e delle carcasse putrescenti, rappresenta per i non addetti ai lavori, si nascondono in realtà una serie di questioni dal peso yogico non indifferente. 

Primo. Il cuore.
Il mio primo cane pesa circa 25 kg quando è in forma e 28 quando fa il giro spritz di tutti i croccantini per gatti del circondario. Di questi 20 e passa chili, 19 sono sicuramente di cuore. 


Quel cuore buono che traspare dal languido sguardo di due occhi profondi. Un cuore aperto, disponibile, accogliente. Un modo delicato di porsi e timidamente chiedere. Un cuore gentile. 
Nello yoga si chiama Ahimsa e Satya, non-violenza e sincerità. Non danneggiare in alcun modo gli altri esseri viventi (Patanjali, Yoga Sutra, 2.30) e creare sintonia oggettiva tra la parola ed il pensiero. 


Certo, qualche naso il mio primo cane l’ha pure grattato con gusto, ma questa è tutta un’altra storia…
La falsità, l’imposizione di sovrastrutture che non ci appartengono, il dover essere sempre all’altezza, creano disarmonia, dentro e fuori da noi. I pelosi non sanno recitare una parte, sono quello che sono, non conoscono corazze.

Secondo: il modo di comunicare.
“Lei” (sì, perché il mio primo cane anche se è nero è una lei….) ha imparato a farsi capire. Se deve uscire si mette davanti alla porta ed insistentemente la fissa. Se vuole il biscotto mi tampina incessantemente per tutta casa. E se non desidera particolari attenzioni coccolose inizia a sbuffare come una vecchia suocera. 
Questo mi ricorda molto che Satya si collega ad Asteya, l’onestà. Intesa non solo come mancanza di desiderio per le cose altrui, non rubare (questo non le si addice molto perché la pizza la ruba che è un piacere), ma onestà, e sincerità, nella comunicazione. Cosa difficile nelle faccende umane, perché la parola, e una buona mimica allenata, spesso falsano il piano comunicativo, traendo in inganno, creando aspettative, nascondendo il vero pensiero.
Osservare la “mora” che dormicchia nelle sue innumerevoli cucce sparse per casa mi fa capire anche quanto poco ci voglia per essere felici. Aparigraha è questo: l’assenza di avarizia, non desiderare più dello stretto necessario, perché il possesso in sé implica tensione mentale e sofferenza, genera estenuante fatica per acquisire ciò che si desidera e comporta successiva ed inevitabile preoccupazione nel mantenerlo. (Patanjali, Yoga Sutra)
Quando capirò che mangiare in una ciotola o in un piattino di plastica, dormire su un bel cuscino o per terra, correre felice per boschi e prati o fare una passeggiatina al guinzaglio, in realtà sono sinonimi di avere cibo, essere in grado di sognare, e avere le gambe che funzionano bene per andare in giro, allora credo sarò davvero “arrivata”. 
Qui possiamo ricordarci di Santosha, il sapersi accontentare, l’essere appagati nella propria condizione (Sutra 2.32).

Terzo: fiducia. 

I cani si fidano. Ma si fidano davvero. Si fidano tanto che a quei soggetti poco raccomandabili (per usare un eufemismo) che li abbandonano su una strada, corrono pure dietro, gli salvano la vita se questi osservando la loro malefatta nello specchietto retrovisore fanno un incidente, e tornano a casa con loro se questi li prendono a bastonate. 
Ci ho pensato spesso: non è solo una mancanza di alternativa la loro (in fondo siamo noi che li adottiamo e loro non lo scelgono), ma è amore incondizionato e fiducia palpabile. È dare senza riserve, perdonare senza rancore, riprovarci ancora senza demordere. Non so bene quale prescrizione o proscrizione yogica si possa nominare per questo, perché probabilmente è il concetto stesso dello Yoga riunito, ma forse ci avviciniamo a Tapas: lo sforzo costante, saper sopportare condizione estreme. Patanjali sottolinea che Tapas aiuta a forgiare il carattere, irrobustisce il corpo e la volontà, e soprattutto insegna la grande dote della pazienza. 
Quanta pazienza hanno i cani con noi?

Quarto: pazienza.

I cani aspettano che impariamo a comunicare con loro quando loro già lo sanno fare magnificamente, ci attendono materialmente perché abbiamo mille importantissime cose da fare, portano pazienza per i nostri continui, destabilizzanti sbalzi di umore. 
Noi ne abbiamo almeno un decimo della loro?
Io non di certo, ma la “zia mora” che da dieci anni mi sopporta mi ha dato un paio di lezioncine che non scorderò molto facilmente. 

Quinto: saper vivere il presente. 

Chi davvero si intende di cani mi dice che loro vivono nel qui e ora. Che non hanno un ricordo nitido del passato, se non per certe sensazioni apprese per voglia o per forza che lasciano traccia nei loro comportamenti, e che soprattutto non sanno, e più importante ancora non si chiedono, cosa sarà in futuro. Se ci penso mi sale un misto di terrore e di profonda, liberatoria, ammirazione.
Non sapere cosa sarà, e nemmeno porsi la fastidiosa domanda di cosa potrebbe essere, da un lato mina le poche certezze che si possiedono, dall’altra rende forti ed entusiasti. 
Alimenta per ovvi motivi la fiducia. Allena altrettanto la pazienza. Spaventa un pò. Rende il gusto dell’avventura più tangibile.
Nella meditazione Mindfulness si cerca di lavorare sulla consapevolezza proprio per imparare a vivere nel qui e ora. Rimanere ancorati allo sfuggevole momento attuale per saperlo assaporare, senza lasciarsi invadere da “se” e “ma” mentre la nostra vita accade sotto i nostri occhi e scivola fluida senza che ce ne accorgiamo. 
Chiedo scusa ai puristi della filosofia Yogica, perché probabilmente riterranno questo mio paragone cinofilo-yogico poco rispettoso.
Tuttavia penso che se possiamo provare a capire e mettere in atto concetti così difficili ed antichi, traendo ispirazione dalla nostra vita comune con esempi chiari e semplici, riusciremo forse a ricordarci più facilmente di cosa significa davvero vivere nello yoga.


Di zampe in casa ora ne ho 8. Code 2. Orecchie stile bistecca 4. Il pelo non lo conto più, come le volte che passo l’aspirapolvere.
Le mia scarpe sono piene di fango, non vado più per negozi, ho imparato a riposarmi con estrema soddisfazione dopo una gita in campagna e a ridere rumorosamente quando un temporale mi inzuppa i vestiti cogliendomi all’improvviso.
Spero sarò in grado di farlo anche in prove più ardue di quelle incontrate finora.
Non so voi…ma tutto questo è molto semplice e regala molta semplice felicità. 

Allenta lo sforzo, focalizza l’attenzione, respira più profondamente. 
Forse il tuo benessere non è dove lo stai cercando.

Om shanti.

IMMAGINI

Tempo di lettura: 3 min 21 sec
Target: cercatori di Samadhi

Durante la pratica è molto importante rimanere connessi al proprio respiro. Perché ti guida, guida i  tuoi movimenti, li rende fluidi, connette le forme mutevoli del corpo al fluire dello spirito.

La chiamano meditazione in movimento: mentre muti forma, passi da un’asana ad un’altra, il corpo si mobilizza e i sensi si allertano, si sensibilizzano, ricevono informazioni dall’esterno e le portano dentro, verso il centro. Nella meditazione la chiamano consapevolezza. 

I piedi affondano nel tappetino, la pelle nuda avverte l’aria attorno che diventa quasi palpabile, gli occhi focalizzano l’attenzione su punti precisi, le orecchie ascoltano. Inevitabilmente nel corpo interno penetra la voce del tuo stesso respiro, che continua a fluire e a massaggiare i pensieri.
E’ lo stesso respiro che ti rapisce senza che tu te ne accorga, che ti tranquillizza, mette il muto alla mente. Ti culla nel tuo stesso lasciarti andare. Perché ciò che all’inizio è resistenza, piano diventa comodità.
La fatica che ti autoimponi diventa ricerca dell’io, il battito accelerato dello sforzo si trasforma in sudore che la pelle dissolve all’esterno mentre respiri.
In tutto questo, mentre alleni il tuo corpo, lo distendi, lo rafforzi. A volte ci combatti cocciutamente, a volte lo sai rispettare con gentilezza. 
E a volte capita che arrivino delle illuminazioni. Come una lampadina che si accende, arriva quella  che Morelli chiama Immagine. Arriva chissà da dove, come un lampo estivo, a rispondere alle tue domande. Le stesse domande che avevi lasciato da parte perché a pensarci e ripensarci non eri riuscito a capirci nulla.
Le Immagini sono come una luce che si accende su un angolo del tuo buio palcoscenico, sono come un chiarore nella nebbia. All’improvviso sai dove andare. All’improvviso sai quale nome dare alle tue emozioni, sai con chi devi parlare e come sarebbe congeniale farlo, vedi chiaramente le carte rivoltate sul tavolo da gioco. Il percorso è chiaro.

La soluzione è nelle tue mani dopo tanto tumulto. Così. Semplicemente, all’improvviso.

La meraviglia arriva quando inizia a capitare una, due… tre volte, durante la tua pratica. Nella tua stanzetta, sul tuo tappetino, hai deciso di prenderti un pò di tempo e regalartelo per respirare. E mentre fai dono di ossigeno al tuo corpo, la tua mente si placa. E quando si placa, quando non sei più in grado di pensare, e nemmeno te ne stai accorgendo, dentro la tua pratica scopri la tua palla di cristallo. Le tue risposte sono lì, pronte per te, dentro di te. Osservando ciò che accade e sembra ripetersi sorprendentemente, scopri che intestardirsi sulle domande diventa faticoso, aumenta velocemente il tuo vortice di turbamento interiore, offusca la tua capacità di giudizio. 
Impari lentamente che lasciare andare potrebbe essere la soluzione. Combattere meno nel momento stesso in cui ti si presenta il problema, per provare a fidarti del fatto che la risposta l’avrai esattamente quando sarai in grado di comprenderla. 
Molto liberatorio. Un pò strano. Decisamente difficile.
Perché la domanda è: quanto difficile è affidarsi? Quanto siamo davvero disposti a lasciare la presa? Siamo in grado di lasciare la volontà di voler controllare tutto e di volerlo fare subito?
Affidarsi è più ancora di fidarsi. Aprire il cuore e permettere che le cose siano come devono e non come abbiamo progettato non è esattamente una questione naturale.


L’unica fatica reale che dovremmo fare è combattere l’inerzia e disciplinarci a srotolare il nostro tappeto ogni giorno. Il resto si chiama coraggio. 
Affidati al flusso, abbi pazienza con te stesso, scopri chi sei e poi resta a guardare. 
L’universo risponderà.

Om Shanti.

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DISTANZE

Tempo di lettura: 3 min
Target: Solitari

Che strana cosa la distanza.

Ci sono volte in cui vorresti metterne molta velocemente, tra te e ciò da cui scappi, altre volte in cui non sai come fare a gestire una sola ora ora di auto, altre ancora in cui pesa come un macigno dentro uno zaino in alta montagna.
A volte penso che prendere le distanze sia necessario, la nostra mente è deboluccia quando si tratta di correre dietro ai pensieri più vari. Così, ritrovarsi lontani da quei pensieri, magari immersi nel silenzio e nella quiete esterna, aiuta a fare ordine anche nell’animo più confusionario. 


Ci sono luoghi, sul mio percorso, che rappresentano un rifugio, ai quali ricorro talvolta purtroppo solo con il pensiero o recandomici di persona per qualche giorno quando ho più fortuna. 


Quei luoghi, i rifugi, li conti sulle dita di una mano. E per quanto mutino col mutare delle stagioni, rimangono sempre stabili laddove li hai lasciati. 
Hanno il calore di casa, il profumo di una cucina laboriosa, il tempo del silenzio. In quei luoghi vago su me stessa, viaggiando leggera e lasciando fluire le paure e la sensazione del pieno. Ricerco il vuoto con necessità, rimango in paziente attesa del nulla, mentre domande e risposte perdono di significato. 
A volte ho scambiato i luoghi per le persone, o forse le due cose erano talmente fuse tra loro che rimanevo a bocca aperta di fronte al significato più reale di bellezza. Un grande, distante, Amico una volta mi portò in uno di quei SUOI luoghi, e dovetti costringermi a trattenere il respiro, perché perfino quello faceva troppo rumore.
Le persone dei luoghi del silenzio sono misteriose, complesse, rotonde. C’è così tanto da scoprire in loro, che dopo aver passato anni a conoscerle alla fine realizzi che la loro palese bellezza deriva dalla passione che portano dentro, dal cuore che mettono in ciò che fanno, dalla semplice verità che hanno scelto come realtà di vita. Le persone dei luoghi del silenzio la sanno lunga, hanno qualche ruga baciata dal sole, ma un sorriso ampio ed improvviso, di quelli che non scordi facilmente. E quelle persone sono le stesse che ti fanno respirare pensieri profondi e penetranti durante una semplice passeggiata, tra quattro risate ben messe e una birra seccata in poco.
La distanza da quelle persone pesa. I loro luoghi del silenzio, che poi sono anche i miei,  tornano spesso a trovarmi in ricordo o in sogno, o quando annuso l’aria e sento odore di neve o profumo di stelle alpine. Così viene voglia di partire, mettere distanza da questo e quello, e capitargli tra i passi con solo un sorriso come spiegazione. 
Le strade diverse possono portare lontano, creare spazi a volte incolmabili, simbolo solo di come ognuno debba percorrere con coraggio il proprio sentiero. Mutano le stagioni, ma mutano anche le distanze. In qualche modo, non so bene come, il silenzio nutre la necessità, e la necessità si rende praticabile. Tanto che la distanza si appiattisce, e la vista si può allungare più in là, oltre quello che credevi essere un confine. 
Realizzando che, in fondo, quella distanza non era mai nemmeno esistita. 

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SCIVOLI

Tempo di lettura: 2 min 30 sec
Target: Filosofi Meditabondi

Una delle cose che apprezzo davvero della meditazione è l’idea che quando mi siedo qui, la qualità dell’Io, dell’essere, non è mai statica, non è mai la stessa. (cit. Andy Puddicombe)
Ogni volta che siedo sul cuscino, quel momento è differente, la mente è differente, le emozioni lo sono, il corpo lo è. 

Si tratta solo di osservare queste differenze, di percepirle: perché le cose vanno avanti, cambiano continuamente senza che ce ne accorgiamo. La qualità dell’essere sta sempre cambiando. 

E questo è molto importante. Perché quando lasciamo andare tutti i comportamenti, le consuetudini, le immagini in cui ci identifichiamo, sapere che niente è sempre la stessa cosa, che tutto cambia continuamente, è fondamentale nel nostro processo di evoluzione.
Altrimenti non c’è spazio, siamo in qualche modo limitati.
Se invece ci rendiamo conto che nel ripetere la stessa pratica, come ad esempio capita ai tanto focalizzati Ashtangi, nel sedere in silenzio anche solo per pochi minuti e provare a restarci in quel silenzio, nel tentare e ritentare cocciutamente di gestire una nuova asana in maniera più “comoda”, o “solo” nel mettersi a respirare ancora una volta esercitandosi ad allungarne la durata, beh, il potenziale di mutamento è incredibilmente ampio.
Iniziamo ad avere più fiducia. A guardare oltre i nostri tormenti che a volte sembrano insormontabili ed importantissimi. Ad essere più tolleranti, e dare meno peso a “faccende umane”.
E non è una volontà di avere fiducia, un buon proposito. È fidarsi davvero. È credere fino in fondo nella chance di un cambiamento a noi riservato. 
A volte forse non corrisponderà esattamente a quello che ci si aspettava, a dirla tutta quasi mai, ma sarà esattamente ciò di cui avevamo bisogno. Anche senza rendercene conto consapevolmente.

Fidarsi diventa affidarsi. Avere la capacità di lasciare fluire ansie, paure e tormenti, scegliendo con presenza forte e coraggiosa di fregarcene di meno. 
Mia madre mi ha dato un grande insegnamento una volta, quando ancora ero molto molto piccola: è giusto avere paura di ciò che non conosci, l’importante è farsi coraggio, fissare la tua paura dritta in faccia e oltrapassarla. 
La paura rimarrà forse, ma sarà più debole, come rimpicciolita. E alla volta successiva, diminuirà ancora e ancora e ancora… fino a diventare minuscola e quasi, dico quasi, invisibile. 
Inevitabilmente inizi a fluire su uno scivolo ben oliato, illuminato dal sole, che continua ad intimorirti perché continui a scivolare e non sai proprio per niente in che direzione. 
Ma in fondo…c’è il sole, ti rendi conto che fai molta meno fatica a discenderlo che a salirlo come facevi prima, e scivolare ti ricorda quanto da piccolo ti facesse ridere di gusto. Perché dunque non provare a farlo anche da grandi?
E se questo è ancora complicato da mettere in atto, almeno stiamo creando le condizioni per cambiare. 

Così, ogni giorno, quando siedi sul cuscino o srotoli il tuo tappetino, ricorda a te stesso che la qualità dell’essere sta sempre cambiando. 
Quell’Io che si modifica senza soluzione di continuo è la nostra capacità di trasformare i nostri affanni e le nostre afflizioni in acqua che scorre.

IL MIO ASHTANGA

Tempo di lettura: 3 minuti
Target: Ashtanga Lovers

99% di pratica, 1% di teoria.

Qualche anno fa ero in vacanza in Francia, in un paesino molto conosciuto per il freeride.
Dopo un viaggio lunghissimo e sotto la neve, ero affaticata, così decisi di fare quattro passi verso il centro per rilassarmi prima di cena. Mi imbattei in una coda di gente con il proprio tappetino arrotolato sotto l’ascella come fosse una baguette, che aspettava al freddo all’esterno di una piccola Shala dove una lezione di yoga stava terminando.
Sbirciai incuriosita nelle luce tenue e calda che veniva da dentro, e ci vidi un maestro dal sorriso gentile che mi faceva cenno con la mano di entrare.
In un misto di anglofrancese gli chiesi se si poteva partecipare alle lezioni e lui rispose: “bien sur”, domani mattina alle 8 c’è una lezione Mysore di Ashtanga.
“Cavolo! Io non so la sequenza” pensai, e quasi mi avesse letto nel pensiero, sorridendo mi disse che se per caso non conoscevo la sequenza a me ci avrebbe pensato lui.

E così fece.
E non solo quel giorno. Perché lui continua a “pensare a me” anche oggi, dopo molto anni.
Se realizzo che fortuna ho nell’averlo incontrato, mi rendo conto che è proprio vero: il Maestro arriva a te quando sei pronto.
È successo allora, è successo anche un mese fa.


Ripensando a quella sera, ancora mi si stampa un sorriso enorme sulla faccia.
Perché se oggi pratico con costanza l’Ashtanga, nonostante tutto, è merito suo.

L’ashtanga si fa così.
Il Vinyasa non è un’opzione. Chakrasana non è un’opzione.
Così si fa, è tutto scritto nero su bianco, così deve essere fatto. E quello che ti viene richiesto è esattamente il tuo meglio, il meglio che puoi fare in quel momento, niente di più. 
Non è importante dove vai, quante posture fai, è una questione di focus, di consapevolezza, di presenza. 
“Just do one breath at the time”, questo me lo ha detto anche qualche giorno fa, mentre lottavo sul tappeto di cotone per non scivolare.
Quando fai l’Ashtanga, fai l’Ashtanga. Non ci sono scorciatoie. Ci sono regole ferree da seguire. Niente vie di mezzo, niente posture in saldo, niente sconti.
Fissa quella cosa, fissa il respiro. Punto. Questo è lo yoga. (cit. Hubert de Tourris).

All’epoca non capivo. Come tanti ero attratta dalle forme scenografiche che il mio corpo riusciva ad assumere, non senza uno sforzo immane. 
Mi interrogavo spesso sul perché tornassi ancora a fare una pratica così dura che mi stava regalando dolori pungenti ai muscoli e dubbi amletici su quanto potesse realmente far bene ad una schiena con due fratture.
L’ho abbandonata spesso, a favore di pratiche più leggere, per scelta o per paura o, ancora, per necessità.
Mi ha relegato a letto per tre mesi per aver forzato troppo e troppo presto. Mi ha prosciugato ogni energia.
Ma come ha detto Hubert quel giorno, “però continui a tornarci”.
Eh sì. Continuo a tornarci, mannaggia.
La pratica dell’Ashtanga Yoga ha in sé un fascino profondo, di un insegnamento duro e puro che deriva da così lontano, e che una volta che ci sbatti il naso dentro, non puoi fare a meno di amare.
Con le regole sono sempre stata brava. Magari brontolavo e giravo borbottando per la mia comfort zone dicendone di ogni, ma le ho sempre seguite da primetta della classe.
Lo stesso vale per le cose difficili. Mi lamento sempre che tutto è complicato e poi vado a scegliermi inevitabilmente la cosa più lunga e complessa da seguire.
Ma non credo sia masochismo. Credo sia più una sorta di volersela guadagnare.
Così è per me l’Ashtanga. Vorrei sapermi guadagnare l’onore di poter stare su quel tappeto con impegno e dedizione, fiera del fatto non tanto di saper praticare una o l’altra funambolica postura, ma di comprendere che l’evoluzione di chi io sono è solo in mano mia. 
Fiera di aver fatto della mia patologia la mia forza. Consapevole che solo la forza creata SUL tappeto sostiene i miei giorni FUORI da quel tappeto.


Lino Miele dice che non si insegna la postura, si insegna il rapporto, l’incoraggiamento, il capire. Ognuno deve trovare la propria chiave. E se non c’è sforzo, se non c’è l’impegno sufficiente, se non si lavora col dolore, sul dolore, non ci può essere il beneficio.  Non si impara a gestire niente. Solo così la mente diverrà lucida, pulita, precisa. 


Il “mio” Ashtanga mi ha insegnato il rispetto, la non violenza, la pazienza. Tutto a scapito della mia schiena e di qualche mal celata crisi di nervi. :-))
Il mio Ashtanga di oggi mi sta insegnando a lasciare andare. 
Sei pronto a scoprire cosa deve insegnarti il tuo?
Allora “fai la tua pratica, e tutto verrà” (Sri K. Pattabhi Jois)

Auguro ad ognuno di voi pace, salute e serenità.